Linea di confine un soldato e il suo destino

scorri

La frontiera dista solo due chilometri. Se sono fortunato entro sera riabbraccerò mia moglie. Due chilometri in linea d’aria non sono pochi anche se riuscirei a percorrerli tutti di corsa, senza nemmeno respirare. All’orizzonte due alberi e un piccolo dirupo che potrebbe nascondere qualche nemico. Potrei correre per raggiungere l’albero a destra che dista duecento metri da questo masso dietro il quale sono nascosto da quasi quattro ore. Devo solo decidere se strisciare nel verde con l’erba alta quaranta centimetri, appena sufficiente per coprirmi, oppure correre, sperando che dietro l’albero alla mia sinistra non ci sia un cecchino pronto a interrompere la mia fuga.
Non ho più tempo per riflettere, il pensiero logora mentre l’azione risolve. Inizio a correre, sento un rumore in lontananza ma sono le urla dietro di me: i prigionieri lasciati a marcire nel campo alle mie spalle. Raggiungo l’albero più vicino ma la certezza di un’ombra dietro l’altro arbusto diventa reale.
Punto l’arma in direzione e mi abbasso nell’erba per non essere colpito. Da dietro l’albero sbuca timoroso un ragazzo, avrà otto o nove anni, gli stessi della guerra, con le mani alzate verso il cielo. Si inginocchia e con la lingua del posto mi dice di non ucciderlo perché non ha fatto niente di male. Il viso scuro, abbronzato, sporco di grasso di motore e polvere, sovrasta una canottiera bianca con le stesse macchie presenti sul suo volto. Sopra i piedi scalzi indossa dei calzoni sdruciti di qualche taglia più grandi, ripiegati in vita. Ritorno in piedi mentre i grandi occhi spalancati del ragazzo puntano diretti verso la canna della mia pistola che ora impugno solo con una mano. Con l’altra frugo in tasca per trovare due gallette da regalare al ragazzo prima di continuare il viaggio verso la salvezza: se sarà fortunato tra qualche giorno vedrà la fine della guerra.
Il ragazzo sorride e ora anche i suoi occhi ridono felici. Si gira e corre verso i suoi eroi che lo stanno aspettando. Anche io mi giro e cammino in direzione opposta verso il confine: finalmente l’ho raggiunto. L’aria è la stessa che respiravo qualche metro più indietro. La stessa che respirano i miei nemici. Oltre il confine non c’è nessuno ad aspettarmi, solo la speranza che qualcuno mi creda ancora vivo. Mi volto per vedere dove è finito il ragazzo, per salutarlo. Adesso è lui a impugnare una pistola. È una delle prime volte con un’arma in mano. Lo capisco da come trema ed è per questo che le sue dita incapaci lasciano partire il proiettile che colpisce il mio ventre. Cado nell’erba e il sibilo del vento tra il fogliame nasconde l’affanno del mio respiro. Cado a pancia in su, come i tappi delle bottiglie con cui da bambino giocavo alla guerra e che giravo per simulare la morte dei soldati. Adesso riesco a fatica a sentire l’odore di casa. Anche la luce nei miei occhi sta diventando sempre più debole perché il volto del ragazzo è proprio sopra di me. La sua pistola è di nuovo puntata verso il mio corpo. Questa volta la mano è ferma, il braccio disteso e le gambe ora non tremano con davanti un bersaglio che non si muove più.
In guerra non aspettano di guardarti negli occhi per farti secco. Non ci sono regole e non c’è onore. Vorrei chiedergli perché ha scelto di uccidermi ma so già che non avrò nessuna risposta: parliamo due lingue diverse.

il Centro – Racconti contro la guerra (7/4/2012)