Il ragazzo e il mare un giovane e il suo destino

scorri

Era giovane, molto giovane, ma la giovinezza per lui non aveva alcuna importanza.
Quella trascuratezza che dimostrava nel curarla non era altro che la logica conseguenza di tanti anni vissuti in modo insolito.
Il destino aveva dimostrato un esagerato accanimento nei suoi riguardi, cominciando ad inferirgli contro all’età di soli cinque anni, togliendogli la madre. La sorte era poi riapparsa, spesso facendogli soffrire la fame e le sofferenze di un’infanzia senza la protezione materna.
Il padre era un povero pescatore che aveva sempre lavorato sodo per tirare avanti la famiglia nel migliore dei modi. Dopo la morte della madre, il ragazzo era stato curato dalla nonna che, nonostante l’età avanzata, si occupava ancora delle faccende di casa.
Il padre era quasi sempre in mare. La nonna era quasi sempre in pensiero per il figlio.

Passarono degli anni e con essi un’esistenza senza futuro, senza soddisfazioni. Dopo la tremenda infanzia, si era rassegnato, con buona volontà, ad un presente duro e spiacevole.
Sapeva che nelle sue condizioni non avrebbe potuto pretendere nulla di meglio.
Non aveva amici anzi, non ne aveva mai avuti. La nonna era l’unica persona con cui poteva parlare.
Era cresciuto così, in modo avaro, in un mondo esigente e crudele, circondato dalla miseria e dalla solitudine. All’età di diciannove anni era ancora il timido ragazzo di sempre.
I ragazzi nei dintorni si prendevano gioco della sua condizione. Qualcuno lo compativa, ma egli non dava loro importanza alcuna. Racchiuso nella sua indifferenza, andava e veniva senza una meta.
Il giorno lavorava al mercato e la sera, suo unico passatempo, pescava.
Rimaneva per ore sul molo con le gambe penzoloni e la canna da pesca in mano: che il pesce abboccasse o no aveva importanza relativa. Rimaneva estasiato a guardare l’infinita distesa del mare che tanto l’attirava. Pensava e sognava luoghi e persone che svanivano nel nulla dell’orizzonte. Così, tutte le sere.

Quella sera, tornato a casa dal lavoro, prese la canna da pesca senza neppure toccare la cena.
“Non mangi?” chiese la nonna.
“Stasera non ho fame.” rispose il ragazzo mentre cercava il barattolo con le esche.
“Sei già tanto magro.” si lamentò dolcemente la nonna, scrutandolo con apprensione.
Lo vide in tutto il suo pallore, in tutta la sua scarnezza. Gli si avvicinò, posandogli la mano ruvida sui suoi capelli scomposti.
“Solo un boccone.” lo pregò. “Vedi almeno se ti piace. Stasera ho preparato il tuo piatto preferito.”
Il ragazzo sollevò lo sguardo carico di sofferenza e sorrise.
“Ti ringrazio per la premura, nonna, ma non ho proprio appetito. Stasera tornerò presto e vedrai che mangerò tutto.”
“Tuo padre non avrà piacere nel vederti così.”
Si avviò verso la porta mentre la nonna sussurrava: “Ah, ragazzo mio, non cambierai mai.”
Il ragazzo era ormai oltre l’uscio quando la nonna gridò:
“Vai al molo?”
“Come al solito, nonna.” rispose il ragazzo.
La donna guardò il cielo nuvoloso e fu tentata dal richiamare nuovamente il nipote. Purtroppo la flebile e stanca voce non le permetteva di urlare così forte per farsi sentire dal ragazzo ormai lontano. Le tornò in mente la fredda irremovibilità del giovane sopra ogni decisione. Quante volte lo aveva pregato, supplicato, di restare a casa per non bagnarsi durante un acquazzone? Tante, troppe, ma sempre senza risultato. Era certa che alle prime gocce sarebbe rincasato. La donna si rimise a svolgere le solite faccende domestiche. Le abitudini diminuiscono le preoccupazioni. Non lesinò un ultimo sospiro: “Benedetto ragazzo, tutto suo padre!”

Giunto in fondo al molo il ragazzo si sedette sullo scoglio. Il vento annientava pian piano nella sua violenza mentre il mare s’ingrossava pericolosamente. Il fiume scorreva veloce battendo con forza contro gli argini. Un pensiero andò al padre.
Il mare deserto lo riempiva di desolazione. Il suo grigiore nascondeva la grandezza delle onde che battevano contro gli scogli, frantumandosi in tanti spruzzi.
Il ragazzo preparò lo strumento del suo diletto e fece un lancio che ritenne buono. Con la canna in mano continuò ad osservare il mare fin verso l’orizzonte dove si univa al cielo. Era solo. Nessuno con quella tempesta sarebbe andato al molo per pescare. Nessuno lo avrebbe disturbato. Intorno a lui il silenzio. Un silenzio rotto dalla voce roca del mare che si preparava a riversare il solito furore verso i deboli. La solitudine lo circondava. Una solitudine che racchiudeva qualcosa d’irreale, di supremo, che sembrava consolarlo verso un futuro sempre uguale, senza sussulti. La solitudine non gli dispiaceva, non gli era mai dispiaciuta. Non aveva mai avuto niente dagli altri, dal mondo.
Tutto quello che aveva era dovuto alla costante fatica del padre che ogni giorno riportava i frutti del suo lavoro. I frutti di quel mare. Il solo pensiero di vivere in mezzo a tanta gente, di avere tanti amici, gli infuse un sorriso. Prese a ridere di gusto. Lui, così triste e solitario, era nato e vissuto nella solitudine, il suo mondo preferito. Un mondo di sogni senza cattiveria, senza pregiudizi o ipocrisie.

Un gabbiano volò basso e lo svegliò da quel torpore ad occhi aperti. Sentì uno strappo leggero alla canna: diede un colpo secco e a pelo d’acqua apparve un pesce che si dimenava, ormai sconfitto. Lo tirò a se, sfilando delicatamente l’amo che aveva agganciato la preda. Guardò il cielo. La pioggia era ormai imminente. Un ultimo lancio e poi di corsa a casa. Voleva proprio vedere se il mare gli voleva ancora bene. Pensò di nuovo al padre e tornò alla sua pesca.
Il solito gabbiano interruppe i suoi pensieri. Scese giù, proprio dinanzi a lui, verso il mare. Si lanciò veloce e preciso risalì dall’acqua con in bocca il pasto. Il ragazzo lo guardò, pensando che dopo tutto l’uomo non era tanto diverso da quel volatile. Si buttava anch’egli nel mare della vita, distruggendo tutto ciò che poteva ostacolarlo nei suoi fini. Il gabbiano distruggeva la vita di un pesce, che era poi tanto poco, per vivere. L’uomo quello che aveva intorno per abitudine.
Quel volo lento e calcolato delle grandi ali lo affascinava come tutte le cose più semplici. La semplicità era sempre stata la sua virtù. Il gabbiano volò di nuovo a pochi metri da lui. Risalendo prese a gridare, sempre più forte. Il ragazzo guardò il cielo. Le prime gocce di pioggia cominciarono a cadere facendosi sempre più fitte. Il ragazzo ritenne opportuno tornare a casa.

Si alzò e, ritto sullo scoglio, tirò su la canna ma incontrò una certa resistenza: si era impigliato l’amo. Cominciò a tirare per districarlo dall’appiglio subacqueo. Ora il mare era veramente agitato. Per un attimo pensò ancora al padre, fuori con la tempesta, ma riprese a dimenarsi. Le onde battevano di continuo con impeto e fragore sugli scogli mentre l’acqua gelida e salmastra lo investiva.
Cosciente di non poter liberare l’amo, diede con forza un colpo secco spezzando, così, il filo. Si chinò per raccogliere l’unico pesce pescato ma nello stesso tempo fu investito da un onda paurosa che lo risucchiò all’istante. Non fu mai più ritrovato.

Tutti sapevano che fine aveva fatto, ma solo alcuni piansero.
Nessuno seppe mai del suo mondo, delle sue ansie, dei suoi sogni. Del suo mare.
Un mare misterioso in tutta la sua realtà, in tutta la sua potenza ammaliatrice. Portatore di vita e di morte. Quel mare che era stato parte del suo mondo e gli aveva voluto bene, più bene del mondo.
E per quel bene aveva voluto farlo parte di se.