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L'armata dei felini neri (2/3/2006)

Forse tra cinquanta anni, quando mi dondolerò sulla sedia di legno che fu di mio nonno, con mio nipote sulle ginocchia, potrò raccontare di come all'inizio del secolo girassero tante voci assurde sulle più fantasiose credenze. Nell'attesa mi porto avanti col lavoro, nella speranza che ancor prima della religione, per mancanza di seguaci e prospettive, la superstizione possa essere spazzata via, e con essa l'ignoranza. Perché dove c'è ignoranza c'è religione (e superstizione), o forse il contrario. Prova ne sia il fatto che la Madonna di Fatima apparve a dei pastorelli analfabeti piuttosto che a dei ricchi mercanti acculturati. Un'altra Madonna comparì a Lourdes e non a Parigi, una statuetta pianse a Civitavecchia e non nella vicina Roma. Le stimmate vengono ricevute dai poveri uomini, mai da ricchi sovrani o eroi. Ove più gente è pronta a sfilare, senza fare domande, con un rosario in mano, il simbolo religioso si manifesta in tutto il suo splendore. E in questo breve excursus nella superstizione vorrei partire proprio dal caposaldo della religione, La Bibbia, che nel suo capitolo più interessante, il Levitico, descrive la donna che incorre nel mensile flusso di sangue che fuoriesce, rendendo impura qualsiasi cosa ella tocchi ed ogni sedia o talamo dove ella si corichi o segga. La più antica e diffusa superstizione a riguardo prende di mira le piante che, magicamente, morirebbero a contatto con una donna mestruata. Non che una donna tocchi giornalmente delle piante, ma ci fosse stata una temeraria pronta ad accarezzare qualche foglia, giusto per spazzar via le maldicenze. Il ridicolo della superstizione si nasconde dietro la vanità delle persone che mostrano fiere le proprie perversioni. C'è chi conserva gelosamente un cornetto rosso o un oggetto porta fortuna. Chi incrocia le dita, non fa cadere il sale per terra o rompe uno specchio: per costoro sarebbero pronti sette anni di disgrazie da scontare in privato. Non posate mai un cappello sul letto e non passate sotto ad una scala: la sciagura non aspetta che questi passi falsi. A quante cene ho partecipato, ben sapendo di essere un tredicesimo. E quanto ho goduto, nel bel mezzo del pasto, nel comunicare agli astanti il mal augurante numero dei presenti a tavola. Quanti se ne sono andati, lasciando nei piatti il meglio della cena. I più ridicoli di tutti conciliano il sacro potere di un dio con lo scalcinato dono di un gattino nero. Perché in fondo i gatti neri sono gli ebrei dei felini. La più famosa superstizione, egualmente diffusa alle diverse latitudini, è quella che vuole il gatto nero portatore di sventura. Inutile provare a convincere il superstizioso di turno sul meccanismo selettivo della nostra mente che tende a ricordare le coincidenze positive (una volta mio cugino ha fatto un incidente proprio dopo che un gatto nero aveva attraversato la strada) piuttosto che quelle negative (tutte le volte che tuo cugino non ha fatto un incidente dopo che un gatto nero ha attraversato la strada). Per comprendere meglio: è lo stesso meccanismo, chiamato in uno slancio romantico "empatia", che ci porta ad "indovinare" chi ci sta chiamando quando squilla il telefono. Il meccanismo selettivo riesce ad obnubilare i sensi che dovrebbero portarci a ragionare sul fatto che se aspettiamo la telefonata di una persona cara, è molto più probabile che dall'altro capo della cornetta ci sia proprio lei. Le superstizioni nascono così, ammettendo l'esistenza di un'illusoria, falsa relazione di causa-effetto tra due eventi in realtà indipendenti tra loro. La superstizione non è altro che un errore di funzionamento all'interno di quel meccanismo rilevatore di causalità che è presente, data la sua essenzialità, in ogni specie animale. Un momento di confusione all'interno di un utile processo di apprendimento per associazione. Anche se è difficile, quando un evento precede strettamente un altro, sottrarsi all'impressione che il primo sia la causa del secondo. L'esperienza dovrebbe farci maturare e ragionare sull'instabilità della correlazione immediata. La domanda che mi ponevo da adolescente, quando non riuscivo più ad accettare come dogma la pericolosità del gatto nero che attraversa una strada di periferia alle due di notte, mentre la percorro da solo sul motorino con il rischio di avere alle calcagna qualche malvivente che mi impedisce di fare inversione, è questa: Quali straordinari poteri, messi in atto con il semplice attraversamento, possiede questo simpatico animale peloso? Se fosse possibile arrecare danno con un gattino rognoso, sarei pronto ad allevare milioni di gatti per poi vendere le truppe addestrate al miglior offerente. Immagino già i cingolati di guerra che sbandano dopo che un gatto nero ha tagliato loro la strada. Forse tra cinquanta anni, quando mi dondolerò sul trono di legno che sarà di mio nipote, ora seduto sulle mie ginocchia, desideroso di ascoltare come anni prima misi in piedi l'esercito felino con la scusa di combattere il mondo dalla superstizione, ma col segreto intento di assoggettare il mondo intero afflitto dall'ignoranza.

Giordano Silvetti