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Se non ci fossero le bandiere (12/4/2006)

Non ci sono idee, non ci sono slogan, non ci sono dichiarazioni d'intenti. Tutto è affidato ad un gesto, l'esposizione di una bandiera, e alla conseguente distruzione della stessa. Vaglielo a dire a Bossi, che un tempo si puliva il culo col tricolore italiano, che il fazzoletto verde esposto in pubblico dai vassalli della Lega: verde proprio come la bandiera della Libia, ostile ex-colonia che tanto si offese il giorno in cui Calderoli decise di mostrare loro la canottiera con le vignette anti-maometto. Venne la bandiera blu stellata di un'Europa unita che non c'é e si affiancò al vessillo italiano. I problemi sorsero quando la bandiera della pace si affacciò anch'essa fuori dagli edifici pubblici, e litigammo: non solo perché ricordava il vessillo arcobaleno orgoglio degli omosessuali. I mussulmani bruciarono la bandiera danese che, oltre a rappresentare il vessillo di un paese nemico, conteneva al suo interno una bella croce bianca. E bruciare una croce tanto cara ai cristiani, di questi tempi e a questi popoli, non poteva che far piacere. Dentro agli stadi i laziali sventolarono croci celtiche e il capitano della loro squadra li abbracciò simbolicamente con il desueto saluto romano. Al contrario i livornesi sventolarono rosse bandiere giallo ricamate mentre il capitano della loro squadra festeggiava la segnatura mostrando fiero la maglietta con l'effigie di Che Guevara. Perché, duole ricordarlo, nel calcio non ci sono più le bandiere. E quelle che ci sono non valgono più niente. L'Olanda veste i propri giocatori d'arancio e l'Italia d'azzurro. Il 25 aprile, poi, succede che nel nome della falce e del martello viene data alle fiamme l'azzurra croce di David, simbolo dei discendenti di coloro che vennero massacrati nel nome di una croce uncinata prima che sessantanni fa, gli italiani riuscissero a togliere un'aquila dal centrale rettangolino bianco della nostra bandiera. Forse solo per distinguerla da quella messicana.

Giordano Silvetti