Quando la differenza la fa un accento (30/3/2006)
Correva l'anno 1946 e mio padre nasceva nella cittadina di Montesilvano, a pochi passi da Pescara, in un ospedale situato proprio di fronte all'Adriatico. L'edificio aveva una forma particolare, allungata, con delle ali laterali che ricordavano proprio quelle di un velivolo. Tutti conoscevano l'ospedale con il nome di "aeroplano". Terminata la guerra, l'edificio ospitò una colonia per profughi e mio nonno Bruno, in qualità di sovrintendente della prefettura per il ministero degli interni, vigilava sulla condotta degli inquilini e sul regolare svolgimento delle attività quotidiane. Dopo qualche tempo, dal nord scese un ricco imprenditore con l'intenzione di costruire proprio di fronte al mare un casino' come nella sua Venezia. Vide l'aeroplano e se ne innamorò. Prese contatti con il responsabile della struttura, mio nonno, che si prodigò per fornirgli informazioni a riguardo. Sistemati i profughi, rimaneva solo decidere se affidare a moneta contante l'ex struttura ospedaliera. Vennero consultati gli organi centrali a Roma per avere il beneplacito della Repubblica alla realizzazione dell'opera. Quando tutto sembrava ormai deciso, dal Colle scese un uomo che con poche e semplici mosse prese il controllo del direttivo che stava decidendo sul destino del''aeroplano e il progetto del casino' tramontò sul nascere: l'ex ospedale si trasformò nuovamente in un centro d'accoglienza. Non più per i profughi, ma per le timorate di dio: ragazze madri, donne ripudiate dalle famiglie per una gravidanza indesiderata o una condotta scorretta. Al suo interno trovarono posto anche giovani suore che stavano perdendo la vocazione e ragazze di strada senza un letto dove dormire e un pasto caldo da mandare giù. Per rispetto nei confronti delle loro donne, gli uomini del posto non raccontarono mai di quanto fossero disponibili le nuove inquiline dell'aeroplano. Venuto a conoscenza della decisione, il ricco imprenditore tornò in Laguna, portando seco il sogno della creazione di un casino', facendo cadere per sempre l'accento su quell'ultima "O".Giordano Silvetti